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LA VOCE DEL DEPUTATO - Insieme, uomini e donne, si farą  certamente meglio :

Insieme, uomini e donne, si farą  certamente meglio

Data: 22/06/2007 12:05

Cinquant’anni fa la firma dei Trattati di Roma segnò non soltanto l’inizio del Mercato Comune, ma anche della politica sociale europea, quella che ora chiamiamo il “modello europeo”. L'eguaglianza tra le persone ed il rispetto della loro dignità umana sono concetti centrali del modello europeo di società, che combina democrazia e sistemi di protezione sociale altamente sviluppati con il libero mercato.

La parità tra donne e uomini vi svolge un ruolo fondamentale. E' garanzia d'un sistema politico democratico, ma anche del corretto funzionamento del mercato interno. Infatti il punto di partenza della legislazione dell’Unione europea sulla parità tra uomini e donne è stato il campo economico. Il Trattato di Roma del 1957 contiene un articolo che menziona espressamente il diritto alla parità di retribuzione tra lavoratori e lavoratrici che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore. Questa disposizione non nasceva per affermare il principio dell’uguaglianza tra uomini e donne, ma per evitare alterazioni della concorrenza: in alcuni Stati le donne erano retribuite meno degli uomini per lo stesso lavoro e questa situazione causava distorsioni del mercato. La parità di retribuzione è nata quindi per assicurare condizioni concorrenziali omogenee, ma oggi vari articoli del Trattato europeo affrontano direttamente la questione della parità. L’articolo 2 afferma che la promozione della parità tra uomini e donne è un compito specifico della Comunità, che è tenuta ad attuare politiche comuni volte a favorire le pari opportunità. L’articolo 3 impone alla Comunità l’obbligo di eliminare le ineguaglianze e di promuovere la parità tra uomini e donne in tutte le politiche comunitarie. L’articolo 141 garantisce il diritto fondamentale alla parità di retribuzione. Per ultimo dal 1997 l’articolo 13 ha fornito la base giuridica per interventi legislativi anche oltre l’ambito del lavoro, per combattere le discriminazioni di genere, orientamento sessuale, religione, razza, età e disabilità in tutte le politiche comunitarie.

Sulla base di questi articoli del Trattato, la Comunità ha elaborato un’ampia legislazione ed ora quello che viene definito l’"acquis" comunitario conta tredici direttive.

Le politiche attive di pari opportunità tra donne e uomini sono diventate via via più complesse e sofisticate: in questa legislatura il Parlamento Europeo ha approvato nuovi programmi di intervento contro la discriminazione e la violenza sessuale e domestica, e lavoriamo a misure che rompano quel “soffitto di vetro”, fatto di tradizioni, luoghi comuni, stereotipi, che impedisce alle donne di raggiungere ruoli di leadership.

Ci stiamo inoltre impegnando per realizzare l’Agenda di Lisbona, cioè per dare all’Europa entro il 2010 un’economia basata sulla conoscenza, la più competitiva e dinamica del mondo, con più numerosi e migliori posti di lavoro, ispirata alla coesione sociale e alla sostenibilità ambientale, coinvolgendo tutti in questa azione di sviluppo.

Le pari opportunità e lo sviluppo vanno di pari passo a tal punto che, come provano i rapporti delle Nazioni Unite, lo spreco delle risorse femminili è una delle ragioni del mancato decollo economico. Questo fenomeno è particolarmente accentuato nei Paesi arabi, ma anche da noi si compie, pur se in maniera meno clamorosa, questo spreco. Uno spreco europeo ed uno spreco soprattutto italiano. Oggi lavora meno della metà delle donne italiane che, anche se studiano in media più degli uomini, sono, paradossalmente, meno retribuite e il tempo di vita che passano studiando sembra avere, in troppi casi, solo l’esito di ridurre il periodo contributivo, creando una discriminazione che produce non solo salari più bassi, ma persino pensioni più basse.

Comunque, il fatto che noi non siamo ancora soddisfatti di quanto abbiamo raggiunto non può farci dimenticare che la storia dell’Unione Europea, dai Trattati di Roma ad oggi, è una storia di successo. Noi crediamo che il “modello europeo” - libertà e diritti sociali, mercato comune e azione politica per correggere le ingiustizie e tutelare le diversità - sia il frutto migliore della nostra storia.

Su questa linea continuano a lavorare il Parlamento e la Commissione, che redige un rapporto annuale sul tema dell’uguaglianza tra uomini e donne. Quello del 2006 ribadisce che le politiche della parità tra uomini e donne favoriscono l’occupazione e la crescita. Tre quarti dei nuovi posti di lavoro creati negli ultimi cinque anni nell’UE sono stati occupati da donne, tuttavia le disparità tuttora esistenti indicano che occorre impegnarsi di più per “sfruttare” le potenzialità delle donne. In particolare lo squilibrio tra l’attività professionale e la vita familiare allontana ancora lavoratrici dal mercato del lavoro e contribuisce al calo della fertilità. Si avverte una reale esigenza di mezzi innovativi per aiutare gli uomini e le donne a conciliare responsabilità professionali e familiari in tutte le fasi della vita.

Lo scorso anno la Commissione ha presentato la “Tabella di marcia per la parità tra uomini e donne”, una comunicazione sugli sviluppi delle politiche di parità nell’Unione europea per il periodo 2006-2010. Una pari indipendenza economica per le donne e gli uomini, l’equilibrio tra attività professionale e vita privata, la pari rappresentanza nel processo decisionale, l’eradicazione di tutte le forme di violenza fondate sul genere, l’eliminazione di stereotipi sessisti e la promozione della parità tra i generi nelle politiche esterne e di sviluppo: questi sono gli ambiti prioritari di intervento. Per ciascun settore vengono indicati gli obiettivi e le azioni necessarie per raggiungerli. La Commissione non può però conseguire questi obiettivi da sola, poiché in numerosi settori il centro di gravità dell’azione si colloca a livello degli Stati membri e mentre vi sono Paesi che rispondono attivamente alle sollecitazioni ed agli impulsi che vengono dall’Europa, altri, come l’Italia, segnano ritardi gravissimi.

L’Italia risulta il penultimo Paese in Europa per tasso di occupazione femminile, tra gli ultimi per presenza femminile nelle istituzioni e tra quelli con il più basso tasso di natalità al mondo.

Perché l’Italia, un bel Paese ricco di storia, arte, cultura, che fa parte dei G8, il club delle grandi potenze mondiali, si colloca ad un livello così basso quando parliamo di parità? Perché abbiamo fatto tanti progressi negli ultimi cinquant’anni nei campi più diversi ma siamo ben lontane dal traguardo della parità effettiva? Vi sono mille spiegazioni che si intrecciano fra loro a determinare questa anomalia italiana.

Partirei da un dato che ormai comincia a preoccupare, quello della denatalità. A me pare di poter dire che all'origine della denatalità italiana c’è il difficile rapporto tra lavoro e condizione femminile. Si crede di solito che più alto è il numero delle donne che lavora e più bassa è la natalità, ma questo è un luogo comune sbagliato, perché esperienze di tanti Paesi indicano che è vero il contrario. La spiegazione della correlazione tra tasso di attività e tasso di fertilità sta nel fatto che, a fronte della entrata delle donne nel mondo del lavoro, alcuni Paesi hanno adottato politiche di welfare adatte a favorire questo processo, instaurando un circuito virtuoso che non si è avuto in quei Paesi, tra cui l'Italia, che non hanno adottato quelle politiche.

Un aiuto a capire questo ritardo ci viene dalla lettura della storia istituzionale del nostro Paese, che ha dovuto aspettare trent’anni per avere una donna ministra, Tina Anselmi; dopo altri trent’anni l’Italia non ha raggiunto nemmeno la metà dell’obiettivo minimo del 33% di donne nelle istituzioni indicato dalla Unione Europea.

Non vogliamo parlare di statistiche, ma se osserviamo la composizione per genere del nostro Parlamento (la presenza femminile è del 17,3% alla Camera e del 13,5% al Senato) capiamo quanto sia anomalo il caso italiano.

Questo deficit di rappresentanza si riflette chiaramente nelle politiche, come stanno ad indicare, ad esempio, le carenze in materia di conciliazione tra vita familiare e vita lavorativa. Nonostante da sette anni sia stata approvata una legge apposita, la n° 53, il tema della conciliazione, che riguarda sia gli uomini sia le donne, è sempre più dibattuto, sempre più visibile nei dati, sempre più sollecitato dall’Europa, ma nei fatti lasciato in secondo piano.

L'Europa ha ben presente che, se si vuole raggiungere l’obiettivo del tasso di occupazione femminile del 60% entro il 2010, per arrivare ad un tasso di occupazione complessiva del 70%, queste misure vanno messe con urgenza all’ordine del giorno e applicate con determinazione.

Ci vuole il coraggio di cambiare. Purtroppo i partiti hanno dimostrato di non possederlo, o forse di non voler cambiare. Le classi dirigenti, quasi esclusivamente maschili, tendono ad autoperpetuarsi, mostrandosi incapaci di discontinuità rispetto alla logica dei posti che a loro volta generano posti.

Quindi l’agenda dei bisogni e delle priorità nella definizione delle politiche continua ad essere scritta con occhi soprattutto maschili.

Da qualche tempo fortunatamente notiamo segni positivi: ci sono sempre più persone che credono che la parità sia un segno di civiltà ed allo stesso tempo una convenienza per il Paese. Contare sul 100% delle risorse disponibili è sicuramente più vantaggioso che contare solo su una parte di esse!

Le politiche di conciliazione lavoro-famiglia non devono rivolgersi solo alle donne, ma anche agli uomini, perché la carriera lavorativa delle donne non sfonderà mai il “tetto di cristallo” se gli uomini non prenderanno parte alle responsabilità familiari; specularmene agli uomini non sarà possibile vivere appieno la famiglia se il loro ruolo di padri non sarà riconosciuto dall’organizzazione del lavoro. È in progetto difficile che deve vedere le politiche economiche-occupazionali intrecciarsi con quelle sociali. Se pensiamo di uscirne esclusivamente con soluzioni personali, private, esse riguarderanno un numero limitato di famiglie, quelle che hanno i mezzi per farlo, mentre la maggioranza continuerà ad avere le difficoltà di sempre, con le conseguenze che viviamo ora.

Fino ad oggi il monopolio delle decisioni è stato soprattutto in mani maschili, ma queste politiche non possono che essere progettate insieme dalle donne, cui deve essere data la possibilità di misurarsi come legislatrici e amministratrici, e dagli uomini, anche se non hanno dato grande prova di efficacia di azione, vista la nostra collocazione nelle statistiche europee e mondiali.

Chiediamo di rompere questo monopolio e di essere messe alla prova: insieme, uomini e donne, si farà certamente meglio.



Autore: On. Pia Locatelli (PSE )
Categoria: Occupazione e affari sociali